ott 262010
 
  • produttore: bandai_logo
  • produzione: 24 Aprile, 2010
  • materiale: ABS, PC, PVC, lega metallica presso fusa
  • accessori: 2 fregi, 2 volti, 3 paia di mani + quelle installate ed articolate, pinna dorsale/caudale, copri cingoli piccoli, copri braccia grandi, ali, 2 spade con elsa asportabile e trasformabile, 3 paia di scudi (aperto, semi aperto, chiuso) con due catene, giavellotto, lazzo con prolunghe sia rigide che flessibili, maglio con catena, 3 mach attacker piccole ed una grande (7cm) trasformabile, carrello con cingoli grandi con funzione di stand espositivo.
  • altezza: 270 mm
  • peso: 926 g
  • manuale: cartaceo, a colori, libretto, molto dettagliato
  • acquisto: ZonaHobby
  • prezzo all’origine: 20.790 yen

Premessa
Ho cominciato ed abbandonato questa recensione non so più quante volte. Giudicare obiettivamente questo modello penso sia una delle cose più difficile che ho dovuto affrontare per questo sito.

Dunque, come sempre, la cosa migliore è cominciare dall’inizio.
Il Daitarn 3 è, contrariamente al paese di origine, uno dei robot più famosi ed amati in Italia, quindi quando uscirono i primi schemi che mostravano un modello grande e complesso, la meraviglia è stata tanta, seconda probabilmente solo ai tanti dubbi che gli hanno accompagnati.

Dubbi che probabilmente sono stati la causa di un altro evento curioso dietro questa produzione, ovvero la sua ri progettazione. Caso unico, ad oggi, in tutta la serie Soc. di Bandai. Almeno parlando di un modello giunto alla fase di proto tipizzazione.

Se questo alla fine sia stato un bene o male, lascio a voi la scelta. Certo alcune soluzioni sono migliorante, come le proporzioni complessive, ma altre son rimaste discutibili, mentre altre quasi incomprensibili.

La confezione : ★★★★☆
Dopo questa lunga premessa, passiamo dunque ad analizzare il prodotto, partendo dalla confezione.

La scatola è di generose dimensioni e grafica dinamica, ma contrariamente ad altri modelli di grosse dimensioni la disposizione degli elementi ricorda molto le produzioni più piccole, quindi abbiamo il corpo principale inserito nel classico sarcofago di polistirolo, mentre tutti gli accessori sono inseriti in due blister trasparenti uno per gli accessori piccoli, altro per quelli grandi.  Sinceramente avrei apprezzato una scelta simile a quella usata per il Vultus, che ricordasse un po’ il vintage.

Il robot si presenta adeguatamente protetto nelle parti di sfregamento ed è avvolto da un ulteriori busta in plastica.

La dotazione di accessori è a dir poco sontuosa, anche se non completissima. In particolare manca la rete che Daitarn usa un paio di volte e alcune scelte progettuali hanno pregiudicato anche alcuni accessori, come i cingoli e la stella pettorale. Ma tornerò meglio su quest’aspetto fra un po’.

Nella confezione troverete due spade realizzate davvero bene (forse il pezzo meglio realizzato di tutto il kit), con impugnatura trasformabile, le parti del Daitarn lazzo, con prolunghe sia flessibili che rigide, due volti e due fregi (uno richiudibile più piccolo), tre paia di mani, il giavellotto, il maglio con tanto di catena ed i ventagli sia in versione chiusa che aperta. Carine le tre piccole mach patron in dotazione e bella quella trasformabile che però presenta una soluzione per il muso non proprio perfetta (meglio la vintage in questo caso). Fantastiche le due facce fornite che permettono di simulare la mimica facciale. Sono ben scolpite e colorate.

Avrei apprezzato la presenza delle miniature anche dei mezzi ausiliari e di un secondo lazzo. Lo stand/carrellino è davvero mortificante.

Qualità e finitura : ★★★☆☆
Le finiture sono adeguate allo standard Bandai. Anche le plastiche e la colorazione, ormai non fa più gridare alla meraviglia (col tempo i concorrenti si son dati da fare) ma resta adeguata. L’unico appunto che mi viene da sollevare è sulla tonalità di alcune tinte, che secondo me sono un po’ cupe e sulla rifinitura delle bave di stampaggio, ormai abbandonata anche da Bandai.

Segnalo, che purtroppo il modello che ho ricevuto presenta alcuni dettagli colorati male. In particolare il fregio rosso sulla fronte presenta una stesura non ottimale e difforme del colore in compenso ho trovato una micro mach patron in più, già inserita nel Daitarn… legge di Murphy sulla compensazione…

Lo strato di vernice, come è ormai quasi standard è abbastanza sottile.

Una volta assemblato il corpo principale, ci troviamo di fronte ad un modello davvero imponente, ben proporzionato (anche se alcune scelte stilistiche e tecniche tendono come al solito a proporzioni gorillesche) e possibile. Per essere un trasformabile le dimensioni sono assai generose, forse un po’ troppo per le linee semplici dei robot Sunrise. La distribuzione del metallo è adeguata, viste le dimensioni ed il peso. Ciò nonostante, il modello restituisce una sensazione di plasticosità, sconosciuta alle serie classiche come i vari gx1, 2 ecc..

Articolazioni e posabilità : ★★★☆☆
La posabilità è ottima e la mobilità più che accettabile. Solo la mobilità dei femori è limitata, ma anche quest’aspetto non è una novità in casa Bandai. Le braccia, invece sono estremamente mobili, ma risultano un po’ lunghe. Oltre alle mani semi articolate ed hai classici pugni, ci sono anche quelle adatta per la classicissima posa dell’attacco solare. Il collo e la testa presentano una mobilità accettabile anche se forse qualcosina in più potevano farla.
Ottimo lavoro invece è stato fatto per le articolazioni delle gambe. A parte i femori, che comunque presentano una limitata mobilità seppur dotati di un sistema telescopico, ginocchia e caviglie garantiscono una posabilità ottimale, grazie all’ampia escursione ed all’ampia angolazione degli snodi. In particolare, anche le caviglie sono telescopiche e svincolate dalle lame. In più, considerando che all’interno della gamba, trova posto pure il cannone. Devo dire che sono la parte forse meglio progettata e riuscita.

Le soluzioni tecniche dubbie
Di queste soluzioni ne ho accennato all’inizio. Dunque fra le tante, sicuramente la più discutibile è quella delle spalline in due pezzi… che a veder bene sono una diretta conseguenza della scelta assurda del sistema a scomparsa dei cingoli. La cosa che ha fatto più arrabbiare gli appassionati è che nel primo progetto erano perfette ed in unico pezzo, mentre nella versione rivista paiono cannate sia per forma che esteticamente. Alcuni customizzatori poi hanno provato che la soluzione alla fine è stata proprio infelice e di scarsa motivazione.
Tema cingoli. Vada per il carrellino, dato che pensare ad una soluzione per la trasformazione in carro di tipo estensibile non era possibile, ma non è assolutamente perdonabile il meccanismo inutilmente complesso per posizionarli all’interno del robot, ed ancor meno accettabile la soluzione di usarlo come carrello per il Dai fighter. Davvero una soluzione poco felice e cosa strana, assolutamente non fedele oltre che poco funzionale. Bah!
Ultima fra le critiche mosse al modello, sono i femori e la loro conformazione. Questi hanno scarsa mobilità rendendo un po’ impalato il modello (non siamo comunque al livello dello Zanbot) ed esteticamente sono stati rivisitati e sagomati in modo diverso dall’originale.

Le trasformazioni – Daitarn - : ★★★½☆
Ovviamente uno degli sforzi maggiori di Bandai è stato rendere accettabilmente bello il modello in tutte e tre le trasformazioni.
La versione robot, che per molti è quella che più interessa, diciamo che è decisamente riuscita. Purtroppo ci son state delle interpretazioni in chiave moderna, come ad esempio la sagomatura dei femori, ma tutto sommato è molto imponente e di presenza. Ha il grosso compromesso delle spalline tagliate in due parti, che alcuni
customizzatori hanno dimostrato essere pure inutili e le braccia forse un po’ troppo lunghe quando sono distese, ma questo permette pose tipiche della serie, come quella di sfida, classico all’inizio di ogni battaglia del Daitarn. Anche la resistenza delle parti che permettono la trasformazione è sufficiente affinché il robot possa essere maneggiato e posato senza che i pezzi si aprano o si scompongano troppo. Una chicca sono i volti intercambiabili, la mimica facciale, infatti era una delle caratteristiche tipiche di Daitarn III.

Le trasformazioni – Daifighter - : ★★☆☆☆
La seconda trasformazione (che poi sarebbe la prima) è il Daifighter ovvero la versione astronave dei Daitarn 3. Secondo me è quella che risulta più penalizzata e forse con i maggiori compromessi. La trasformazione della parte inferiore avviene quasi copiando quella animata, quindi i femori si posizionano verso l’alto, le gambe ruotano di 90°. I problemi nascono e si rendono evidenti con tutta la parte superiore. La testa non rientra, le spalline devono eseguire una sequenza di operazioni, non semplicissima da fare. Buono l’incastro delle braccia, anche se occorre fare attenzione con il rientro dei pugni, non assistito e facilmente incastrabile. Da dimenticare tutta la parte relativa ai cingoli, usati come carrello. Questa soluzione ha reso obbligatorio un sistema di apertura del busto che è complicato, delicato ed alla fine pure errato. Probabilmente questa scelta di non rispettare la versione originale, che ha i carrelli sui supporti laterali è dovuta al fatto che questi sono instabili. Come potrete vedere nella gallery, infatti, sono incastrati con un sistema poco solidale e tendono a staccarsi, anche solo se sfioranti. Figurarsi se potevano essere usati come supporto per il carrello. Altra cosa. Decidete subito se volete mettere fuori il carrello, oppure trasformarlo in configurazione di volo, perché altrimenti tocca riportare testa e spalline in posizione e fate attenzione alla vernice del torso, specialmente le prime volte che trasformate il tutto.

Le trasformazioni – Daitank - : ★★½☆☆
Terza ed ultima trasformazione. Il Daitank o Datarn carro, una volta trasformato è molto bello, ma anche in questo caso, alcune soluzione ne hanno un po’ mortificato il risultato finale. La parte più problematica è la stessa del Daifighter, la testa le spalline e quegli orrendi cingolini di plastica che alla fine devono compiere lo stesso percorso e poi non servono comunque a nulla. Infatti una volta completata la trasformazione, il modello viene appoggiato con un leggero incastro al carrellino degl’ accessori, che altro non è che la parte inferiore del carro armato, con cingoli grandi e gommati. Anche qui c’è un errore, aggiunto nella rivisitazione del progetto. Il carro originale ha cinque ingranaggi, tre esterni e 2 interni. Nel modello, mancano i due interni. La parte inferiore del robot, come nel cartone animato, non ha grandi trasformazioni, infatti le gambe ruotano di 90° fino a posizionare i talloni sulla schiena (si fissano con due gancetti di plastica) e dai piedi escono in estensione le due bocche di fuoco. I cannoni, per la verità, sono poco stabili. Penso sia dovuto al fatto che sono in plastica morbida (o gomma dura come la si pensi) e quindi una volta estesi, tendono a non restare dritti. Occorre avere un po’ di pazienza per trovare la posizione più adatta e basta sfiorarli per perderla inesorabilmente (vedi le foto). Tutto sommato l’effetto complessivo è buono, migliore sicuramente del Daifighter, ma la stabilità non è ai livelli del robot.

La Machpatrol / Machattacker
Nella confezione troverete quattro auto. Tre minuscole ed in scala con il Daitarn, configurazione auto, aero sistema ed ingresso Daitarn (io ne ho trovata una doppia già inserita nel Daitarn :-P ) ed una più grande, trasformabile. Quest’ultima in particolare, seppur non grandissima è davvero apprezzabile. Sia in configurazione auto che aereo è molto fedele ed anche la trasformazione, rispecchia per il 90% quella originale. Secondo me la pecca principale è che la punta non esce dal vano motore, ma è posizionata sotto. Un meccanismo simile a quello della vintage sarebbe stato la ciliegina sulla torta, visto anche che contrariamente da quanto visto nel prototipo, la cabina del pilota non si apre.

Conclusioni - Media: ★★★☆☆
Finalmente sono arrivato alla fine di questa lunga recensione.
Che dire. Io di questo Gx ne ho presi tre…pur con tutte le critiche mosse, resta uno dei robot più amati e che ricordo meglio. Mi sono accorto di quanto fosse famoso quando, aperto il pacco della spedizione, mia madre, vedendo la scatola con la foto del robot ha intonato l’incipit della sigla… e ho detto tutto.
Un Daitarn, questo Bandai, decisamente con molti compromessi. La rivisitazione del progetto ha forse portato ad un robot più bello e maestoso, ma non è stata tanto profonda da far abbandonare alcune soluzione discutibili (cingoli) ed ha finito per comprometterne altre (spalline). Tanti gli accessori, bella la Mach, pensando anche che fino a qualche tempo fa non si aveva nemmeno la certezza di vederlo in uscita è stato già un bel passo avanti, mancano i mezzi di supporto e la stella sul petto non è asportabile come nel progetto originale. Capitolo trasformazioni. Diciamo che qui siamo al 50% (50% bene, 50% male) sono fedeli fino ad un certo punto e le soluzioni adottate oltre che non ottimali sono anche complesse e non proprio funzionali. Occorre il manuale per poter operare senza rischi per le vernici e le parti più esili.
In vetrina, comunque fa un figurone, è bello, alto ed imponente, grazie alla distribuzione anche in Italia, non è neanche più così costoso ed alla fine non c’è nemmeno alternativa in altre produzioni (il vecchio Banpresto è storia passata ormai).
Quindi sì, come al solito, alla fine è l’ennesimo SOC da comprare. Magari in una sola copia, dato che tanto alla fine, dopo un paio di volte, lo terrete sempre in conformazione robot e magari col dito puntato, spavaldo a sfidare chi non ha paura della sua potenza!

mar 232010
 
  • produttore: bandai_logo
  • anno di produzione 2009
  • materiale: Metallo presso fuso – Plastica
  • accessori: set di mani, piedistallo, due asce, mantello
  • altezza:
  • peso:
  • manuale: cartaceo, a colori, libretto, lingua giapponese, molto dettagliato
  • acquisto: www.zonahobby.com
  • assemblaggio : ★★½☆☆
  • finitura e colore : ★★½☆☆
  • posa e articolazione : ★★★★☆
  • fedeltà : ★★★½☆
  • confezionamento : ★★½☆☆
  • Media: ★★★☆☆

Dopo il debutto del Gx-44 e del nuovo sistema di articolazione, la serie più economica e piccola dei S.o.C. è stata completamente rivista ed il nuovo corpo base ha preso il posto di quello che trovavamo nei vecchi Gx01 -02 ecc…

Sebbene, come da tradizione, con qualche variazione e qualche rinuncia, Bandai ha prima proposto il nuovo Mazinger Z, quasi in contemporanea all’uscita del cartone e poi a seguire si è appropriata di un altro brand, che fino ad oggi era di casa Aoshima. Stiamo parlando dei mecha basati sulla serie Shin Getter Last day.

Si parte quindi con questo Dragon, pesantemente rivisto nel design, più cicciuto e possente, simile a quello che si vede nel manga di Ken Ishikawa e dai colori meno arlecchineschi rispetto alla versione tradizionale.

Il modello rispetta in pieno questo design, se non fosse per il fatto che è più piccolo del Gx-18 (versione classica del getter dragon) e quindi si perde un po’ della possanza tipica della serie.

Ovviamente è caratterizzato da una posabilità notevole, utilizzando molte soluzioni presentate nel Gx-44. Troviamo quindi articolazioni dei femori e caviglie estensibili e ginocchia con fine corsa carenato. Anche le articolazioni dei gomiti sono “mascherate”, anche se non offrono, come successo per il mazinga, la possibilità di allungarsi per raggiongere un angolazione superiore all’angolo retto, il modello presenta anche un’interessante soluzione per le spalle, anche se alla prova dei fatti i copri spalla inibiscono alcune pose e tendono a venir via facilmente. Più funzionale il mantello intero che si fissa sul retro della schiena. I polsi sono mediamente articolati. Anche questo uno dei miglioramenti apportati con l’adozione del nuovo corpo.

Del nuovo corso questo Dragon, però, erendita anche i difetti che si possono riassumere nella scarsa attenzione dei particolari. Le plastiche sono poco dettagliate, non dipinte e non rifinite a dovere. Anche la verniciatura, in qualche punto e specialmente nelle parti grige, non è uniforme. Gli accessori sono pochi e non proprio dettagliatissmi.

In particolare se prendiamo il vecchio Gx-18 è quasi lampante l’attenzione dei particolari che lo fa uscire vincitore in questa particolare comparazione. Ovvio che per il resto ci troviamo di fronte ad un confronto impari, sia per proporzioni che per soluzioni tecniche. Però i particolari erano un vanto della serie di Bandai e pian piano ci stiamo perdendo per strada quest’importante caratteristica.

La confezione prevede, oltre al classico set di mani, due asce (sono escluse quindi le varie combinazioni inserite persino del Revoltech!) la versione voltante del mantello e due braccia conserte, che permettono, insieme allo stand espositivo, di posizionare il robot in una posa tipica della serie animata (dove per altro non fa una bella figura essendo il mecha usato dal cattivo di turno). Bella idea, ma realizzazione pessima. Capisco la difficoltà e il necessario compromesso per posizionare le braccia in quel modo, ma un po’ più di dettaglio e qualche contorno sottile, avrebbe aiutato molto e reso meno plasticoso il tutto.

Altra nota dolente di queste nuove realizzazioni è la distribuzione della plastica. In particolare mi riferisco alla scelta di realizare pure i piedi in plastica. Francamente non capisco a che scopo. Ok il metallo c’è ed i modelli sono belli pesantucci, anche rispetto alle dimensioni ridotte, ma i piedi in metallo aiutano a mantenere il baricentro basso e quindi a rendere stabile il modello. Avrei preferito una miglior distribuzione del peso. Oltre tutto c’è l’irrisolto problema dello scostamento cromatico fra il colore delle plastiche e la vernice del metallo.

Dunque tirando le somme, di questo modello mi son piaciuti l’aspetto, molto fedele all’anime e le soluzioni adottate per aumentare la posabilità.

Non mi sono piaciuti la poca attenzione per i dettagli, le parti in plastica, davvero poco define, in particolare, la verniciatura poco uniforme nelle parti grige.

Il modello, mi sento di consigliarlo per l’acquisto, se il mecha design piace, resta l’unico getter dragon oav presente sul mercato. Peccato per alcuni dettagli che ne abbassano la qualità complessiva. Comunque non compratelo come sostitutivo del Gx-18.

feb 232010
 
  • produttore: bandai_logo
  • anno di produzione 2009
  • materiale: Metallo presso fuso – Plastica
  • accessori: set di mani, piedistallo con posatoio per versione volante,jet scrander, Hover Pilder con ali pieghevoli
  • altezza: 15/16 cm
  • peso: 362g
  • manuale: Cartaceo, a colori, libretto, lingua giapponese.
  • acquisto: giappone
  • assemblaggio : ★★★½☆
  • finitura e colore : ★½☆☆☆
  • posa e articolazione : ★★★½☆
  • fedeltà : ★★★½☆
  • confezionamento : ★★★☆☆
  • Media: ★★★☆☆

Con il Gx-45 Bandai, in sostanza, completa il ciclo di rivoluzione della sua linea Soul of Chogokin.

Superato lo scoglio del prodotto nostalgico, dedicando alcune uscite a robot più recenti, andando oltre al concetto di chogokin, presentando prodotti con pochissime parti in metallo, ora completa il cerchio con questi modellini, dalle articolazioni, non più statuarie, ma direttamente mutuate dalle action figure, riuscendo a donare una posabilità che prima era solo possibile vedere in prodotti ben più commerciali.

Segno di questo rinnovamento è anche il progressivo cambiamento della grafica usata per la scatola. Se inizialmente era molto classica e statica, ora non ha più un concept univoco e quindi spariscono colori e cornici predominanti e si lascia libero sfogo alla fantasia del grafico di turno.

Fatta questa dovuta premessa, cominciamo a parlare del modello in questione, ma con un ulteriore introduzione. L’ennesimo Mazinger Z, protagonista di questa riproduzione non è quello classico, ma è la versione rivisitata della nuova serie animata. Il design strizza abbondantemente l’occhio alla versione cartacea del robot, non rinunciando però a qualche dettaglio mutuato dalla serie originale degl’anni ’70. Ogni commento ulteriore sulla serie animata lo evito, trovando in questa ennesima produzione discutibile, la solita inconcludenza tipica del Nagai moderno.

Il modellino si presenta in scatola dalle dimensioni standard, gli accessori son pochi, d’altra parte è così anche in originale.

Il corpo principale è molto pesante, ricco di metallo, ma è piccolo. Persino se raffrontato al Gx-01. Scelta, questa, dettata dal mercato ma, secondo me, anche da un aspetto che commenterò dopo.

Le articolazioni sono numerose, testa, collo, spalle, polsi, busto, bacino, femori, ginocchi e caviglie presentano tutti una notevole posabilità. I gomiti hanno uno snodo che permette di arrivare a 90° mantenendo una certa mascheratura. Sinceramente non lo trovo così interessante come la soluzione telescopica vista per il Gx-44, rispetto al quale, è un mezzo passo indietro se pur esteticamente è più gradevole.

Di tutt’altro interesse, invece è la parte dedicata ai femori. Ricordando una soluzione già presentata con il Gx-24 ed aggiungendoci uno snodo simili a quello usato nelle figure della serie Revoltech™  Bandai presentato il primo “Mazingar Z … con le palle”.

Questo sistema telescopico, aggiunto anche a quello delle caviglie, non solo fa allungare il robot di diversi millimetri, ma permette una posabilità eccellente, offrendo una gamma di posizioni dinamiche e d’effetto che nessun Soul, tranne forse gli Evangelion e le fembot, potevano aspirare.

Forse anche per invogliare il pubblico più giovane, a traino della serie animata, questo S.o.C.; insomma, pare più una’action figure, che un vero e proprio modellino.

Questo, secondo me, rappresenta il vero pregio, ma nel contempo il limite di questa uscita.

Se da un lato merita per le soluzioni tecniche e per l’appetibilità sul mercato, dall’altro l’eccessiva articolazione delle parti, rende difficile trovare un posizionamento adeguato al resto della serie. C’è sempre qualche arto che è, per così dire, fuori armonia. Il tutto poi è aggravato, dal difetto, che ritengo, essere quello più grave; a causa della distribuzione dei pesi, il robot, stenta a mantenere una posizione ottimale. Se si escludono pose particolarmente dinamiche, dove le articolazioni sono a fine corsa, il robot è difficilmente stabile e spesso sono le caviglie che cedono, causando rovinose cadute. Per questo, nonostante il design che lo vorrebbe bello stabile e massiccio, penso che in vetrina, se messo in posizione eretta, non si possa prescindere dal sostenerlo con lo stand. Pena un vero effetto domino.

Ecco spiegato, probabilmente, il motivo delle dimensioni ridotte. Maggiori dimensioni, avrebbero, di fatto, reso ancora più problematica la stabilità del robot … che già così, per la verità, è davvero poco stabile.

Anche le braccia, in parte soffrono dello stesso problema. Sembrano definitivamente tramontati i giorni in cui potevi esporre senza un qualche supporto aggiuntivo.

Per quanto riguarda la colorazione, le parti grigie hanno un leggero effetto ombreggiato, che pare aver sostituito la moda del cromo ad ogni costo. Le plastiche rosse sono colorate in pasta ed abbastanza facili a graffiarsi. L’abbondanza di nero poi è evidente e questo aiuta a mantenere coerenza fra le tinte sui diversi materiali. I dettagli sono ben sottolineati, anche il volto è nel solito standard di Bandai.

Lato accessori, da segnalare la presenza di due set di mani, del particolare stand con la possibilità di esporre in configurazione di volo e dello Scrander, che sebbene ben fatto, adotti soluzioni stacca ed attacca per cambiare l’assetto delle ali. Un passo indietro persino rispetto al Gx-01. Lodevole l’inserimento di un Hover Pilder finalmente con le ali pieghevoli e la cupola semi trasparente, interessante pure la possibilità di montare una staffa, sulla basetta, che permette l’esposizione in posizione di volo. Nella dotazione, forse la cosa più curiosa è che Bandai, fornisce un seti di guanti bianchi con il logo della serie Chogokin. Utili solo se si hanno le mani piccole, altrimenti restano una nota da collezione.

L’esemplare in mio possesso presentava qualche grumo sul busto e la stesura della vernice era tutt’atro che perfetta. Anche le plastiche presentano quasi tutte segni di sprue e bave varie, le caviglie erano molli ed anche l’inserimento degli avambracci non era propriamente saldo. L’aggancio dello scranne, simile ai vecchi modelli, presenta però un po’ di gioco. Anche il Pilder presenta un difetto nell’articolazione dell’aletta sinistra, che non si chiude bene. Insomma la sensazione di economicità è tangibile.

In conclusione è un modello che mi sentirei di sconsigliare se non trovato a buon prezzo.

E’ vero, è certamente una novità interessante, ma se non si è fan della serie o collezionisti incalliti e si vogliono tutti i soul, questo Shin Mazinger è tranquillamente evitabile Accanto alle precedenti uscite è davvero piccoletto, ha qualche problema di stabilità di troppo, se non disposto come un’action, le vernici presentano qualche problemino e gli accessori sono scarsini.

Aggiungiamoci che a ruota lo stesso Mazinger viene rilasciato in versione trasformabile (lunga storia …)

Tutto sommato il target, penso sia stato centrato, ma abbassa quello generalmente considerato per la serie dei SOUL, come successo spesso con uscite che avrebbero meritato una linea a se stante e non un travaso in quella che risulta essere una produzione senza più un filo conduttore …

feb 122010
 
  • produttore: bandai_logo
  • anno di produzione 2008
  • materiale: Metallo presso fuso – Plastica pvc
  • accessori: 2 pugni chiusi, 2 mani a tagli, 2 mani aperte, 2 mani a coppa, testa per posizione di volo, Booster, valigetta comando, Flayer, robot08 verde, 2 riproduzioni in scala di Shotaro, basetta espositiva.
  • altezza: 18cm
  • peso:
  • manuale: cartaceo, a colori, libretto, lingua giapponese, molto dettagliato
  • acquisto: fiera di Novegro
  • assemblaggio : ★★★★☆
  • finitura e colore : ★★★★☆
  • posa e articolazione : ★★★★½
  • fedeltà : ★★★★★
  • confezionamento ed accessori : ★★½☆☆
  • Media: ★★★★☆

Fin dalle prime foto del prototipo, diffuse in internet con le solite scansioni, questo modello mi ha fatto sobbalzare, per l’evidente cambio di rotta che Bandai ha dato alla linea soul of chogokin. Finalmente ad un design classico, si applicavano alcune soluzioni già presentate da altri produttori e che garantivano una posabilità ed articolazione quasi da action figure.

Meglio però andare con ordine.

Le confezioni del Gx44 sono due. La prima, denominata ‘S’ contiene anche la versione ’80 del Black OX, mentre la versione semplice, garantisce un certo risparmio e comprende il solo T28. Quest’ultima è stata quella da me scelta, non apprezzando il design del Ox e questa è quella recensita, sottolineando, comunque che il modello è il medesimo.

Il modellino rappresenta la versione anni ottanta del ben più vecchio Tetsujin 28 (da noi noto come Super robot 28). Il robot a cui è ispirato in se è decisamente più snello ed elegante rispetto al precursore, che tanto faceva scaldabagno. Perde alcuni particolari, come gli occhi umanizzati, le rivettature, ma acquista un certo slancio e modernità, che lo fa, decisamente invecchiare meno, rispetto alla versione originale.

Come dimensioni siamo nella categoria dei classici S.o.C. di Bandai, con i suoi 18 cm circa il gx44 svetta però fra i GX compatti.

Il corpo principale è composto da una buona percentuale di metallo, busto, bacino, braccia, piedi e quasi tutte le gambe. La plastica è localizzata negli avambracci, nei femori e sulle spalle. Oltre che, ovviamente nella testa e negli accessori.

La verniciatura va dal buono al molto buono anche se alcuni particolari stonano un po’ come finitura.. Il blu utilizzato è molto bello e presenta una finitura metallizzata, che però è assente nelle parti plastiche, rendendo evidente una certa differenza cromatica e nuocendo all’uniformità del modellino. Quest’aspetto è una delle cose che meno mi piacciono nelle produzioni Bandai. Già in passato, alcune scelte operate per la colorazione, come l’uso di plastica colorata in pasta e non verniciata, mi avevano lasciato un po’ l’amaro in bocca e questo T28 non fa eccezione.

Altra incongruenza che va a danno della qualità complessiva è l’approssimazione delle finiture delle mani. Anche vedendo il modello nel suo complesso non si può evitare di notare quanto siano grezzi i dettagli delle mani. Le foto ravvicinate, poi, non lasciano scampo.

Capitolo articolazioni.

Come successo con il gx24, per una strana coincidenza, anche il Gx44, praticamente, è il capostipite di un nuovo approccio nella modellazione ed articolazione dei chogokin di Bandai. Vengono abbandonate soluzioni che privilegiavano l’estetica a scapito della potabilità e si sposano articolazioni un po’ più evidenti, ma che permettano al modello di assumere posizioni, finora impensabili. Stesso destino però accomuna questi due modelli anche nella decisione di Bandai di non applicare come standard le nuove soluzioni adottate. Così nel Gx44 non abbiamo che un piccolo accenno all’articolazione dell’anca telescopica. Quindi il nuovo T28 ruota solo di pochi gradi il femore, contrariamente al “botti forme” gx24. Non ha nemmeno l’articolazione al piede.

In compenso, oltre al sistema a ribaltina che permette di piegare le gambe ben oltre i canonici 90° , qui è al suo debutto la versione del gomito a due punti di snodo in versione Bandai. Questa soluzione, già vista le Mazinkaiser di MaxFactory, permette una completa rotazione da 0 a 90° del gomito, seppur rinunciando in parte all’occultamento dell’articolazione. Rispetto a quanto già visto, Bandai riesce comunque a far un po’ meglio e grazie alla sagomatura dell’avambraccio, maschera meglio, anomala anatomia del gomito.

Per il resto, questo t28 presenta una buona se non ottima potabilità. Articolazioni sono presenti alle caviglie, ginocchi (come abbiamo detto caratterizzati da un sistema a scatto che permette di arrivare oltre 90° di angolazione), bacino, busto, spalle, braccia ed avambracci, polso e collo (entrambi con un sistema tipo uniball).

La testa, è presente in due varianti. Una presenta un intelligente sistema per simulare la posizione di volo. Non potendo intervenire sul collo, in quanto il design originale presenta una delle tante incongruenze fisiche del mondo dei super robot, Bandai fa scorrere, letteralmente, il volto e la cresta lungo la struttura della testa. Il risultato, a mio avviso, è ottimo.

Gli accessori in confezione, sono pochi, ma d’altro canto non è che il mecha design ne presentasse di particolari o particolarmente numerosi.

C’è il booster,di buona fattura, con sistema a scatto delle ali. Ricorda un po’ quello del Great Mazinger Gx02. Due miniature Shotaro, il pilota del robot (anche se pilota per modo di dire), il suo mezzo e il robot di supporto. Tutti adeguatamente dettagliati, anche in considerazione delle dimensioni davvero minuscole.

Parentesi a parte la meritano, in negativo, le mani. Che come anticipato sono rifinite veramente male. Sono colorate in pasta e non verniciate. Non vi sono dettagli di colore diverso, come le giunzioni o altro. Anche il materiale ha un aspetto grezzo, poco convincente, dall’aspetto veramente grossolano. Strano perché il modello, pur essendo un uscita per così dire minore, non meritava questa disattenzione. Cosa successa però anche ad un illustre predecessore come il getter one del set Gx06, con le mani assolutamente fuori cromia rispetto al corpo.

L’acquisto del modello è da raccomandarsi comunque sia ai cultori della serie, ma anche solo a chi piacciono i prodotti Bandai. Tutto sommato l’impegno c’è ed il risultato è più che soddisfacente.

La confezione da scegliere, se non si è appassionati della serie animata è quella col robot singolo, si risparmia qualche soldino ed un po’ di posto in vetrina. Il black OX nella versione anni ’80 non è quel mostro di design e comunque la sua riproduzione presenta meno parti metalliche rispetto al T28, oltre ad una certa quantità di parti riciclate. Da tenere in considerazione SOLO se di proprio gusto.