feb 162012
 
  • produttore: bandai_logo
  • produzione: Novembre, 2004
  • materiale: ABS, PC, PVC, lega metallica presso fusa
  • accessori: 2 set di mani, tremble horn, bird can, zambot magnum con tutti gli accessori per la trasformazione in fucile e lancia granate, cinturone per gli accessori, pettorina e fregio gialli per Zambot , pettorina e fregio doranti per Zambot.
  • altezza:  13 mm (circa)
  •  peso: 69g
  • manuale: pieghevole bianco e nero.
  • fornitore: Jungle
  • prezzo all’origine:  n.d.
Premessa
La prima comparsa del Gx-23A la possiamo ricondurre alla pubblicazione del libro dedicato alla serie Soul of Chogoni “Project the Soul of Chogoikin” dove veniva data la possibilità, mediante la spedizione di un coupon di acquistare questa versione limited dello Zanboace con alcuni dettagli rivisti ed un paio di bonus parts per lo Zambot versione standard.
Come succede spesso il limited assunse subito una certa quotazione, per poi riposizionarsi un prezzo più ragionevoli ed una reperibilità, tutto sommato, più che buona.

E’ stato grazie a questa combinazione che dopo diverso tempo, ho deciso di inserirlo in collezione, anche perché fra le varie produzioni alternative e/o limitate il Gx-23A non si è mai attestato fra i primissimi posti come apprezzamento e quindi molti pezzi sono ancora in circolazione ed in condizioni pari al nuovo.

La confezione: : ★★★☆☆
La scatola è ovviamente più piccola rispetto al kit completo, cartonato nella norma, grafica allineata che le produzioni del periodo. L’interno è disposto su due blister trasparenti con un rinforzo in cartone. Come usuale sui limited il bel libretto a colori a più pagine e sostituito da un misero foglietto in bianco e nero. Le 3 stelle ci stanno tutte.

Dotazione ed Accessori: : ★★★☆☆
La dotazione è quella standard vista nel Gx-23, chiaramente limitata ai componenti del solo Zamboace. Sono tutti ben alloggiati nei blister trasparenti e ci sono due bonus parts per lo Zambot: il fregio a forma di luna e la pettorina, entrambi con finitura dorata ed a specchio. Avrei preferito che avesserro completato le parti, includendo anche le ali, così da rendere coerente la colorazione del modello principale evitando un certo effetto arlecchino. Continua a non piacermi la cintura troppo rigida e grossolana. Anche le mani aperte, essendo le stesse, restano sproporzionate rispetto al corpo principale.

Qualità e finitura: : ★★☆☆☆
Rileggendo la recensione dello Zambot, Gx-23, alla finitura veniva attribuito un voto decisamente negativo, questo sia in funzione delle plastiche dall’aria assai dimessa, folcloristicamente potremo definirle da ovetto Kinder, sia per la finitura delle stesse, che risulta grossolana, con molti segni degli stampi, bave e graffietti.
Questo Zamboace, diciamo che non si discosta di molto, sicuramente anche nel modello di serie, era l’elemento meglio rifinito e meno plasticoso, per cui qualche punto in più lo ottiene.
Da considerare anche la variabilità delle finiture, visto che nell’esemplare del Gx-23 che ho in possesso è particolarmente scadente come resa.
Il metallo resta localizzato nei femori, questa volta cromati e nel petto. La nuova colorazione degli accessori non aggiunge nulla di più, anzi questo grigio/azzurro forse stona un po’, rispetto al nero della versione originale. Precisi i dettagli del volto, come anche nel modello base.
Per il resto valgono le medesime considerazioni maturate all’epoca delle precedente recensione.

Articolazioni e posabilità: : ★★★★½
Il piccolo Zamboace è ben articolato, anche se alcune articolazioni lavorano su un solo asse. In particolare i piedi non permettono un posizionamento a gambe divaricate che permetta di far aderire la pianta del piede a terra. I femori non hanno ampia escursione in avanti, ma lateralmente l’articolazione arriva a 90° .La parte superiore del corpo gode di maggior libertà. Le spalle sono pensate per permettere la trasformazione quindi non sono semplicissime da gestire ma offrono buona posabilità, le braccia ed i polsi sono completamente articolati così come i collo. Lo Zamboace, preso da solo presenta una ottima articolarità.

Fedeltà: : ★★★½☆
La fedeltà è forse la parte più riuscita del Gx-23 e quindi non può essere diversamente per questo 23A. La colorazione un po’ diversa degli accessori non è altro che un’interpretazione alternativa della versione animata, mentre le parti cromate e dorate, non aggiungono nulla ne lo tolgono. Il Gx-23 era sulle tre stelle e mezza, così come lo è il Gx-23A.

Le differenze
La versione A si differenzia dallo Zamboace per alcuni particolari nella colorazione e per la presenza di due bonus part. Tutti gli accessori che compongono il fucile sono di un colore più chiaro, mentre il corpo principale presenta la colorazione di braccia e femori con finitura cromata e non grigio satinato.
Le bonus parts sono il fregio dello Zambot e la sua pettorina. Come detto sopra, per fare un buon lavoro, avrebbero dovuto fornire in versione dorata tutta la componentistica gialle. Sarebbe stato più corretto ed avrebbe reso sicuramente più appetibile questa uscita.

Conclusioni - Media: ★★★☆☆
Sicuramente questo Gx-23A resta poco interessante nel suo complesso. Per quello che offre costa comunque troppo e poi i bonus che da sono incompleti.Può essere preso in considerazione per affiancarlo con un Gx-23 completo se proprio non si vuol andare di coppia.
Consigliato solo agli affezionati e chi non può fare a meno dei limited.

nov 262011
 

 

  • produttore: bandai_logo
  • produzione: 30 Luglio 2011
  • materiale: ABS, PC, PVC, lega metallica presso fusa
  • accessori: 3 set di mani God sigma, 2 set di mani per Kuraiou, Kaimeio e Rikushinou; Kuurai Kyuu (arco e freccia), Rikushin Hammer(martello), Fucile Tridente, spada per Kuraiou, Musou Ken (spada laser), God Shield, catene uncinate, fucile a trapano, antenne alternative per le spalle, stand espositivo.
  • altezza: 300 mm
  • peso: 1086g (robot composto)
  • manuale: Libretto cartaceo, a colori, molto dettagliato.
  • fornitore: ZonaHobby.com
  • prezzo all’origine: 24.150 yen

Premessa
Potrei intitolare questa recensione con qualcosa tipo “E venne il giorno”. Rassicuro subito che non c’entra il filmetto di Shyamalan dove tutti si suicidavano su sollecitazione delle piante incazzate per l’ormai troppo ingombrante presenza dell’uomo e dei suoi rifiuti, ma è relativo alle sempre più insistenti voci di dismissione della linea Soul da parte di Bandai.

Innanzi tutto questo Gx60 segue di uno un precedente componibile, cosa che spezza l’ormai consolidata tradizione che vede Bandai alternare pezzi grossi e costosi, con altri più piccoli ed economici, secondariamente perché, a seguito di questo, sarà rilasciato un ulteriore componibile (il Daioja) ma solo ad Aprile e come Gx61, quindi nessun modello intermedio per ben otto mesi!

A queste, chiamiamole per ora “considerazioni”, si aggiunge che sia il 59 che questo 60, come vedremo, non sembrano prodotti che hanno richiesto un particolare lavoro di affinamento, ma si presentano come mere evoluzioni, neanche troppo elaborate, dei vecchi giocattoli Vintage made in POPY.

Ma bando alle ciance (mai questa frase ha avuto più senso) e procediamo con l’analisi di questo grasso, grosso e trino robottone.

La confezione: : ★★★½☆
La scatola è grande, come per il Daltanius, praticamente potremmo parlare di un nuovo formato di confezionamento che vede un aumento deciso dell’ingombro, anche in profondità.

Anche la grafica si spinge sempre più verso richiami forti e colori vividi, tipicamente da scaffale di super mercato, non vi è quasi più niente delle cornici classiche che si vedono nei primi Soul. Il richiamo “vintage” è meno marcato rispetto al Gx59 .

Rispetto alla confezione precedente è da segnalare che, restando il cartone molto sottile e data l’assenza di un ulteriore contenitore per il blister degli accessori, occorre fare molta attenzione a non schiacciare troppo il tutto, perché la scatola non offre la necessaria resistenza e potrebbe accartocciarsi abbastanza facilmente.

L’interno, fatta esclusione appunto per l’assenza del cartone di rinforzo, non presenta particolari sorprese.
I contenitori sono tre, il principale di polistirolo con i tre robot e parte degli accessori, un blister grande con i restanti elementi ed uno più piccolo con le mani piccole.

Come per il Daltanious c’è un forte richiamo al vintage, nella disposizione e nella scelta degli accessori. Presente pure il cartoncino che richiama la vetrinetta.

Dotazione ed Accessori: : ★★☆☆☆
Secca ripetersi, ma anche per la lista degli accessori si deduce quanto detto sopra, ovvero ci troviamo di fronte ad una dotazione del tutto paragonabile a quella che fu per il God Sigma DX di Popy.

Per quanto riguarda i tre singoli robot, troviamo due set di mani a testa, più quello già istallato; fra le solite varianti ci sono anche le mani a pinza presenti sul vintage.

God Sigma ha un totale di ben quatro set, compresi i pugni piccoli per la trasformazione, già collocati negli avambracci.  Sempre in riferimento al vintage da segnalare l’errore di assegnazione per il trapano perforante e per le catene uncinate che sono armi del God Sigma e non dei due robot Kaimeio (Nettuno) e Rikushinou (Terremoto) e quindi risultano piccole rispetto alle proporzioni del componibile.

Fra l’altro segnalo di fare attenzione al montaggio del fucile a tridente, perché mi si è spezzato il supporto, molto facilmente.

Mancano alcune armi, come le asce, il lazzo, le lame ventrali di Kuraiou (Tuono), peccato.

Ho apprezzato la presenza delle antenne alternative per le spalle di Tuono. Nelle foto del prototipo, effettivamente non si capiva se erano una variante poi scartata oppure un errore di montaggio. Chiarito l’arcano.

Capitolo a parte lo dedico allo stand espositivo. Se da una parte, con il perseverare del gigantismo di questi modelli, comincio ad apprezzare un raccoglitore solo per gli accessori, dall’altra vorrei che fosse fatto bene, mentre quello presente del GX60 presenta i supporti per le mani di dimensioni errate (più piccoli del punto di innesto) e quindi inutilizzabili.

Questo GRAVE difetto, che pare essere sistematico, porta il punteggio al pari di quello del Daltaniuos, altrimenti una mezza stella in più ci sarebbe scappata.

Qualità e finitura: : ★★★☆☆
La situazione, almeno nel mio esemplare, non è drammatica come per il Gx59. Alcuni segni sulle plastiche sono presenti, ma non risultano evidenti e sono in punti meno in vista.

Il Die-cast resta poco, pochissimo per la verità e questo abbassa la valutazione, però la finitura globale è buona ed anche i dettagli più piccoli sono riprodotti bene.

Occorre comunque fare attenzione alla trasformazione, che prevede parti a contatto e che sfregano fra loro.

Gli accessori sono quasi tutti rifiniti bene e dettagliati. Le spade presentano dettagli dipinti sull’impugnatura. L’unico accessorio un po’ povero è l’arco, che proprio non mi è piaciuto, con quel fil di ferro che simula la corda.

Non so se inserirlo nella qualità, ma il vintage, col passare del tempo, ha presentato un problema alle plastiche blu, che per una reazione di ossidazione si biscottavano e diventavano fragili. In questo modello, cercando di montare il fucile del robot blu, mi è rimasto in mano il braccetto di supporto.

E’ stata la prima volta che ho rotto un particolare di un SOC Bandai, senza particolare motivazione.

Articolazioni e posabilità: : ★★★½☆
Posabilità buona, nessuno dei componenti separati si può dire che sia instabile; God Sigma assemblato pure.

Buona l’articolazione complessiva della parte superiore del corpo per entrambe le configurazioni

Le gambe dei robot singoli permettono un sufficiente range di posizioni, sono articolate le caviglie, ginocchi e femori, ma non hanno grande ampiezza di movimento. Busto e bacino non sono articolati. Buono il collo, molto buone le spalle, gomiti e polsi. Anche se non è una vera e propria articolazione, il giunto per far rientrare le spalle (in Tuono per farle uscire) permette di giocare ulteriormente con pose particolari. Le mani a pinza non sono articolate.

Assemblato God Sigma nella parte superiore mantiene generalmente le caratteristiche del primo robot, quindi bene per tutti le articolazioni. Come per il Daltanious, la cremagliera della spalla presenta una lavorazione grezza che rende l’articolazione un po’ spugnosa. La presenza degli avambracci più grandi non compromette il gioco delle articolazioni. Le mani risultano ampiamente posabili, grazie all’ormai classico sono uni-ball.

Nella parte inferiore si riscontra una maggior staticità. L’articolazione femorale è ricavata da snodi con il fulcro laterale che pur mostrando una non eccessiva ampiezza di movimento, contribuiscono a non rendere statico il soggetto. Le ginocchia sono ricavate dall’articolazione del collo dei robot singoli, mentre molto interessante e funzionale è la caviglia (che è pure il punto di maggior flessibilità di tutta la gamba).

La grande ala permette di replicare la posizione di volo o di aggancio, con movimenti guidati ed a scatti.Nel complesso un voto più che soddisfacente, per un modello che poteva risultare ancora più statico del Daltanious.

Fedeltà: : ★★½☆☆
Il cartone animato di God Sigma è un bagno di sangue, forse più di ogni altro.

Se durante la serie le proporzioni del robot cambiano di continuo, anche i singoli frames di una sequenza animata mostrano proporzioni e pure colori diversi ad ogni step.

Va anche aggiunto che questo Gx60 pare essere una riproduzione del giocattolo vintage, più che della seria animata.

Ciò premesso, un aspetto che difficilmente è criticabile riguarda la trasformazione. Proprio come il vecchio Popy, il Gx60, con tutti i suoi difetti, si trasforma completamente rispettando quasi in toto si vede alla TV. Tanto più che lo fa, quasi non dovendo rimuovere nulla. Soltanto due elementi presente all’interno degl’ arti inferiori di Kuraiou (Tuono).

Questo da una parte è ammirevole, dall’altra ha posto limiti notevoli al risultato estetico finale.

Il robot appare più tarchiato e sproporzionato rispetto alla versione animata. La distribuzione delle masse è completamente spostata verso il basso e tutta la figura si salva perché alla fine, oltre che massicce, le gambe sono anche lunghe.

L’immagine globale non è sgraziata e restituisce, possanza.

Probabilmente è merito anche delle dimensioni notevoli, che non permettono una corretta visione d’insieme se non da una certa distanza. Cosa che invece ha giocato un effetto contrario nel Daltanious. In definitiva, la differenza la fa la percezione che si ha nel guardarlo complessivamente dove il God Sigma se la cava meglio nell’interpretazione proposta per il Gx59.

Anche singolarmente i tre robot, non sono male. Probabilmente, visto anche le dimensioni, si poteva fare di più, ma dobbiamo sempre far i conti con i materiali, che più di tanto non possono essere assottigliati e con la meccanica delle articolazioni. Restano comunque più tozzi del dovuto e sicuramente offrono un risultato estetico leggermente inferiore rispetto al corpo composito.

Contrariamente al Daltanious, non sono presenti accessori specifici per migliorare la resa finale e quindi testa e spalle restano della medesima dimensione.

L’unico stacca ed attacca, nella trasformazione, è relativo ai piedi di Tuono, che nella serie, magicamente sparivano dopo aver rilasciato gli avambracci. Se negli schemi pareva che ne volessero ricavare una versione trasformabile degli stessi, la soluzione è stata assai più pratica ed una volta estratti gli avambracci, si può optare per lasciarli penzoloni (proprio come nel vintage) oppure asportarli direttamente.

Gli accessori sono tutti abbastanza fedeli, eccetto per l’aggancio della spada, che è un semplice cappuccio e per lo scudo che risulta davvero molto piccolo.

L’ala di trinity fa un bell’effetto sia in configurazione di volo che di aggancio. Non credo che si potesse riprodurre tanto meglio. Forse sono un po’ troppo visibili gli sportelli per lo Scudo di Sigma.

Per ottenere un effetto ancor più fedele è possibile smontare con estrema facilità le teste dei due robot secondari, così da eliminare le antiestetiche antenne gialle di Nettuno.

Due note abbastanza stonate sono il petto con effetto catarifrangente a cui non sono riuscito a dare spiegazione ed il blu troppo metallizzato, rispetto alle tinte più pastello dei restanti componenti, ma sono sfumature estetiche che possono anche risultare gradevoli.

Alcuni hanno rilevato come le parti laterali di Nettuno e Terremoto non siano uniformi, essendo rispettivamente blu e nere. Mi sono visto un po’ di frame e devo dire che a volte appaiono così, magari potevano scegliere meglio, ma alla fine non è che disturbito oltremodo, considerando il kit assemblato.

La sufficienza è raggiunta, anche con l’aiuto dell’altalenante animazione, vah!

Le soluzioni tecniche
La trasformazione è stata ottenuta sostanzialmente migliorando quella già studiata per il giocattolo Popy.

Certo è stata ottimizzata e l’adozioni di articolazioni con il fulcro spostato laterlamente (femori all’esterno e caviglie all’interno) ha permesso di donare un po’ di movimento ad una figura che altrimenti sarebbe stata drammaticamente statica.

La parte più interessante è sicuramente la caviglia del God Sigma, ottenuta dall’unione delle due cerniere presenti all’interno dei piedi dei singoli robot.

Ulteriore aiuto al posizionamento lo danno i femori dei robot, che nelle gambe permettono di avere un punto articolato in più. Non molto naturale ma un super robot, resta un super robot e non sempre ha articolazioni coerenti ed antropomorfe.

Tutto il sistema di aggancio è tenace e non mostra particolari punti deboli, anche se le spalle del God Sigma devono comunque essere accompagnate nel movimento.

La grande ala presenta una soluzione per porgere la spada, un po’ grezza e non ci sarebbe voluto molto per inventarsi qualche sistema meno visibile, fosse stata anche solo un’elsa ad hoc.

Tecnicamente mi sarei aspettato una maggior evoluzione ed alcune scelte stilistiche potevano essere migliorate con l’adozione di accessori specifici per la trasformazione, come successo con il Gx59.

Nella recensione ho preferito non separare le varie voci, per i singoli componenti come successo per altri componibili, perché sia per tipologia che tecnologia i tre robot risultano abbastanza simili da poter essere raggruppati in una valutazione globale unica.

Conclusioni - Media: ★★★☆☆
Come per molti altri Robot accolti nella serie Soul of Chogokin, anche per questo God Sigma vale la premessa che non esistono concorrenti credibili costituenti una valida alternativa. Per questo, ogni considerazione è nulla se si desidera questo robot in collezione. A meno di non decidere per il vintage, ma di solito si colleziona vintage perché si vuole quel tipo di oggetto e non si ricerca una generica riproduzione del robot.

Il Gx60 presente in se tutte le caratteristiche, in negativo ed in positivo degl’ultimi Bandai, ed in particolare degl’ultimi componibili. La plastica è totalitaria nel confronto dei materiali. Il metallo è appena accennato e limitato in pochi dettagli.

Precisione costruttiva e rifiniture non sono al massimo delle possibiità della casa giapponese, o almeno non ai livelli su cui ormai ci si è fatti l’abitudine, ma sono anche un bel po’ distanti (in meglio) dal Daltanius, suo predecessore.

Dimensioni e stazza fanno il resto. Occhio al prezzo, infine. Il Gx60 non è fra i soul pià economici ed in Italia è sicuramente un pezzo noto e desiderato.

In vetrina assicura una presenza importante e si fa notare, tre stelle penso che sia un punteggio adeguato.

nov 082011
 
  • produttore: bandai_logo
  • produzione: 28 Aprile, 2011
  • materiale: ABS, PC, PVC, lega metallica presso fusa
  • accessori: 4 set di mani, testa e spalle sostitutive per Daltanoius, Delfighter (Delfino spaziale), Hand Slicer, impugnatura per unirle nel boomerang cutter (boomerang spaziale), pugnali per simulare il Punch Slicer (Pugno lacerante), lancia missili dorsale per Beralios, due Gumper Cutter, spada e scudo di Daltanious (Laser Sabre), Gyro Spinner (Pugni laceranti), Choudenji Arrow Gun (Balestra spaziale), Sigma Beam (raggi sigma), Kaen Ken (Spada infuocata), stand espositivo per gli accessori.
  • altezza: 270 mm
  • peso: 872g (robot composto)
  • manuale: Libretto cartaceo, a colori, molto dettagliato.
  • fornitore: ZonaHobby.com
  • prezzo all’origine: 23.100 yen
Premessa
Il robot moschettiere, Daltanious prende il nome e molti riferimenti da D’Artagnan per chi non lo sapesse, è stato uno dei robot se non il robot Sunrise più amato in Italia, probabilmente per quel mix fra ironia scanzonata del protagonista e compari, per il design sicuramente insolito ed originale, ma anche per la qualità complessiva della serie animata, che si attesta su livelli più che buoni per l’epoca ed infine per i temi trattati, non proprio semplici e comuni.
Fin dalle prime fotografie del prototipo di dubbi su questo Gx ve ne sono stati parecchi.
Parlo delle foto, perché di questo Daltanious non si sono mai visti i classici schemi che anticipano la presentazione ufficiale del prototipo, quest’ultimo presentato sempre di 3/4 e quasi sempre assemblato in diversi modi.

Andiamo dunque a vedere se Bandai a reso dovuto omaggio a sua “maestosità” Daltanious.

La confezione: : ★★★★☆
La scatola è molto grande, quasi ingombrante, considerando la profondità complessiva.

La ricca grafica richiama un po’ i colori usati per il vintage, tema questo che tornerà di continuo nel seguito della recensione.

Il cartone appare in linea con le ultime produzioni, quindi leggermente più sottile del necessario e facile a danneggiarsi se non trattato con le dovute cautele.

All’interno le tre parti principali, Atlas/Antares, Beralios e Gumper, sono contenute in un sarcofago grande quanto la scatola stessa, impreziosito da un cartonato, anche questo di forte richiamo vintage, ma privo della classica vetrinetta.

Il resto degli accessori, è distribuito in due blister trasparenti, raccolti in una scatola di cartone bianco, che aiuta ad irrigidire un po’ la scatola principale.

Un aspetto che non mi è piaciuto è la sensazione di spazio sprecato nel contenitore di polistirolo. Volendo poteva sicuramente ospitare molti più accessori, insomma si ha l’impressione di aver voluto esagerare con le dimensioni della scatola, solo per maggior visibilità d’esposizione e strizzare l’occhio ai nostalgici compratori.

Dotazione ed Accessori: : ★★☆☆☆
Pare che Bandai abbia voluto replicare in tutto il giocattolo vintage e quindi come lista di accessori ci troviamo, praticamente, gli stessi. Ovviamente il design e la realizzazione è, per fortuna, adeguata ai tempi nostri, ma qualcosa manca  ed alcuni dettagli sono un po’ tirati via.

Le principali armi ci sono tutte, compresa la “Spada Fiammeggiante”,epica arma finale che qui è riprodotta in plastica semi trasparente colorata, non male, ma perde un po’ di carisma e con un piccolo sforzo e qualche dettaglio dell’impugnatura sarebbe stata migliore.

Per Atlas, non sono previste mani supplementari non essendo possibile sostituire quelle originali, per altro articolate ma dal design poco aggraziato. Sono presenti singoli elementi per comporre le punte perforanti e le lame boomerang, mentre le placche presenti sulle gambe restano di plastica molto leggera e dall’aspetto economico.

Sufficientemente particolareggiata la navicella “delfighter”, da noi conosciuta come “delfino spaziale” che si aggancia in stile moto “nagaiano”. Questa è dotata di parti articolate, per simulare le varie configurazioni e la cabina è scolpita

Come parti asportabili ed aggiuntive, l’Atlas presenta testa e copri spalle più grandi per proporzionare meglio il Daltanius ed i riempimenti per le gambe da asportare prima della trasformazione.

Beralios ha un solo accessorio che si monta sulla schiena, il lancia missili.

Gamper presenta come unico accessorio supplementare: le lame laterali, se escludiamo i bracci artigliati che però sono parte integrante del corpo principale.

D’altro canto dei tre componenti, anche nell’animazione, il più completo era proprio il primo ed il Soc resta fedele a questo.

Daltanius conta un numero di accessori, pari alla dotazione del giocattolo vintage, come detto, ovviamente la qualità è nettamente migliore e quindi spada e scudo sono ben realizzati e fedeli nella colorazione. Un po’ meno bene la balestra, che resta un accessorio poco pratico, anche se magari c’è a chi piace.

Non mancano gli spinner, che si inseriscono sostituendo gli anelli rosso/gialli sugli avambracci. La spada infuocata come anticipato risulta un po’ giocattolosa.

L’aspetto negativo è che di accessori ce ne starebbero altri (per la cronaca Daltanious propone anche pungni sparanti, la rete elettronica, la fiamma disintegrante, le bocche di fuoco, uncino a catena fra le tante), ma Bandai è rimasta sulla linea di fedeltà al giocattolo e quindi, fatto salvo per l’inutile effetto dei raggi sigma, non ha inserito niente di più nella confezione. Ennesima occasione sprecata.

Capitolo a parte le mani. Sono enormi, rispetto al corpo. Forse per aiutare la distribuzione dei volumi, non so spiegarmelo, ma  sono davvero sproporzionate, in particolare quelle aperte, oltre tutto non sono nemmeno rifinite e dipinte.

Chiude la dotazione lo stand, del tipo “nuovo” quindi non un elemento per esporre il robot con contorno di accessori, ma solo quest’ultimi. Se sul Daitarn era pessimo anche come presentazione, almeno questo ha il pregio di essere sufficientemente raccolto e discreto, così da poter avere tutte le parti a portata di mano.

Nota di demerito, almeno per me, l’assenza del veicolo di supporto a forma di tartaruga: Gamerot. Da piccolo mi piaceva un sacco e non esiste praticamente nessuna riproduzione che lo rappresenti.

Qualità e finitura: : ★☆☆☆☆
All’inizio sono rimasto stupito per l’impressione di economicità dei materiali, ma per sincerarmi della mia prima impressione sono andato a rileggermi alcune vecchie recensioni sui componibili Bandai e mi sono rimesso a vederne un paio, fra questi, quelli che più mi ricordavo come realizzato con superficialità: lo Zanbot; ebbene non è che la qualità complessiva delle plastiche e delle finiture sia cambiata più di tanto, il problema è che quel poco di variazione è stata al ribasso.

Prendendo singolarmente i tre componenti, nell’ Atlas si nota la grossolana verniciatura dei femori, qualche problema alle articolazioni delle spalle quasi “gommose” come se la tolleranza fra le parti mobili non fosse proprio corretta o la plastica non rifinita a modo. Plastiche poco rifinite e che combaciano male anche per i copri spalle aggiuntivi dove si vedono chiaramente i segni di rimozione dalle sprue di stampa.

Nel leone, la plastica stile ovetto della kinder è sovrastante e la verniciatura delle placche anteriori non è rifinita a dovere e per quanto riguarda il Gumper, a parte la quasi totale assenza di metallo, sono presenti alcuni segni delle sprue.

La presenza di metallo, già… questo è un bel tema.

Ci sono i fanatici del Die Cast per cui produzioni come questa sono una blasfemia, altri più tolleranti preferiscono avere un modello più docile alla manipolazione e meno a rischioso da trasformare. Io, pur non raggiungendo il fanatismo, mi posiziono più verso gli amanti del pensate metallo, trovando abbastanza deludente questo progressivo allontanamento dal die cast o zama, che di si voglia, per una serie che si chiama Anima di Metallo.

Globalmente l’aspetto più negativo restano comunque le rifiniture delle parti plastiche che, come potrete vedere nella galleria, presentano spesso i segni di distacco dalle sprue di stampa.

Articolazioni e posabilità: : ★★★½☆
La posabilità dei singoli componenti è generalmente buona.

L’Atlas si posiziona bene, anche se ha una mobilità simile ai vecchi Gx.

Beralios è molto leggere, quindi più che posabile, direi che ha lo stesso problema di molte altre figure a 4 arti, ovvero che è difficile trovagli una posizione decente con i piedi ben piantati a terra.

Gumper… beh è una astronave, non c’è molto da dire.

Una volta assemblato Daltanius, risulta stabile, nonostante molte soluzioni discutibili e decisamente anti estetiche.
La massa del corpo è ben distribuita ed i volumi sono tutti verso il basso di conseguenza è escluso il pericolo di caduta accidentale.

Non è presente un’articolazione del busto, mentre la soluzione per articolare i gomiti permette di piegarli agevolmente fino a 90°.

Relativamente alla progettazione dei punti di snodo, molti dubbi lo avevano sollevato le caviglie, o meglio, l’assenza delle stesse. L’articolazione, infatti è ricavata all’interno della placca gialla. A parte l’indubbio impatto estetico, devo dire che la soluzione è comunque risultata solida ed efficace.

Il bacino, in particolare i femori, gli ho trovati funzionali, ma avrei preferito avessero una dentellatura più ravvicinata per una regolazione più fine delle gambe.

Polsi, sferoidali, gomiti, spalle e collo sono tutti articolati. Esteticamente il punto peggiore della parte superiore sono le spalle in posizione aperta, che per ruotare fanno pernio sopra alla linea del collo e demandano tutto ad un rivetto che fa fare attrito a due parti plastiche.

Dicevamo, in definitiva, che il problema non sta nella posabilità del soggetto garantita dalla possibilità di posa e dai numerosi ed efficaci punti di snodo, quindi dunque dove sta l’inghippo?

Sostanzialmente qualsiasi posizione che si tenti di dare, oltre alla classica posa fissa, il robot risulta goffo e sproporzionato e questo ci porta diretti diretti a considerare la resa in fedeltà di questo prodotto.

Fedeltà: : ★½☆☆☆
E’ qui si va per le dolenti note…

Come per tutti i Soc, salvo rare occasione, anche in questo caso ci troviamo, chiaramente, davanti ad un’interpretazione del mecha originale. Risulta, infatti spesso impossibile replicare esattamente, volumi, proporzioni e trasformazioni dei super robot. Questo Gx59 non fa eccezione, anzi ne è un chiaro esempio.

I singoli componenti, almeno due su tre, sono stati realizzati con resa più che buona. Il problema è stato che tutti i compromessi sono ricaduti sul povero Beralios, uscito davvero molto male dalle matite degli ingegneri giapponesi. Tale “bruttezza” sia in fattezze che soluzioni tecniche, poi la ritroviamo nel robot combinato.

Daltanius, compie diverse mutazioni volumetriche durante la combinazione dei tre elementi, ad esempio, testa e spalle si ingrandiscono, i femori (del leone) si allungano, Gumper diventa più corto e piccolo… per non parlare del cambio di colore del bacino, che passa dal giallo al nero. Era quindi lecito aspettarsi diversi compromessi, ma non così tanti e non di questa natura.

Per prima cosa, l’impressione generale è che la combinazione finale sia riuscita per metà. Il robot è tozzo, quasi goffo, si nota che non si è riusciti a rendere proporzionati i vari elementi. Visto di profilo richiama più il vecchio giocattolo vintage che il cartone animato. Soluzioni antiestetiche a parte, Bandai è riuscita anche a scontentare un po’ tutti, facendo largo uso di pezzi sostitutivi, ma non provvedendo fino in fondo ad eliminare elementi come le zampe anteriori di Beralios.

Già dalle primo foto si era praticamente ipotizzato tutto e non c’è stato nessun mutamento dal prototipo alla produzione finale (se non che hanno capito come assemblare correttamente le parti del leone).

Una soluzione c’era, magari non sarebbe stata accettata da tutti gli appassionati, ma sicuramente almeno una parte ne avrebbe gioito, ovvero creare una versione alternativa del leone, per il solo uso in combinazione e magari considerare di fare il Gumper un po’ più piccolo.

Avremmo avuto un robot più fedele, un poco meglio proporzionato e nel contempo un leone, anatomicamente accettabile.

La colorazione quasi fedele, secondo me è sbagliata nel solo giallo usato per Beralios, che in origine è più tendente al marrone, ma probabilmente tale scelta cromatica non avrebbe avuto una buona resa.

Le soluzioni tecniche
Delle soluzioni tecniche ne ho parlato già sopra, nella sezione dedicata alla “Fedeltà”, ma è bene capire che per la prima volta, la risultante di tante scelte opinabili, mette seriamente in dubbio che Bandai abbia ancora intenzione di proseguire la linea Soul of Chogokin.

In sostanza, vedendo questo prodotto, non si percepisce nessuna evoluzione dai primi componibili. Anzi per molti versi, si ha come la sensazione che semplicemente sia stato messo in produzione riprendendo un vecchio progetto in attesa di rifinitura che mai è arrivata.

E’ come se prima del ripensamento, avessero deciso di mandare in cantiere il primo progetto del Daitarn III. La risultante allora, non convinse nessuno e la stessa Bandai rivide il progetto in molte parti, certo commettendo ugualmente piccoli errori qua e là, ma fornendo al termine del processo di revisione un modello che almeno aveva una personalità ben distinguibile.

Invece guardo questo Daltanius e vedo zampette che ciondolano a mo di zainetto, viti in bella vista, plastiche segnate e piedoni giganteschi e mi chiedo come possano essere gli stessi produttori di tanti altri capolavori.

Conclusioni - Media: ★★½☆☆
Sicuramente questo Daltanious su una cosa è riuscito: far discutere. Ho letto molti commenti e recensioni che mi hanno aiutato a formarmi un giudizio complessivo, segno anche dei tempi, una volta eravamo pochissimi a poter “recensire” oggi ne è pieno il web e qui sono già in ritardo.

Luci ed ombre caratterizzato questo prodotto, che è bene ricordarlo, non è nemmeno tanto economico, visto il cambio con lo yen ed un generale aumento di prezzi. Ovvio che per chi cerca il Daltanius e si trovi ad avere come unica alternativa il vintage, la questione neanche si pone, ma per chi non è particolarmente affezionato a questo mecha direi che le riflessioni sono d’obbligo.

La qualità finale dei materiali e l’imprecisione, grossolana, delle finiture plastiche ci mettono ulteriormente il carico ad un giudizio che positivo certo non è.

Per poter concludere questa recensione ho dovuto riprendere diverse volte in mano il modello di Bandai e anche adesso, mentre scrivo, non faccio altro che posizionarlo, spostarlo, smontarlo, tanto che “per giocarci” sarebbe il massimo per un bambino, ma non siamo bambini e soprattutto il costo di questi oggetti, anche se genericamente identificati come “Toys” spingono ad analisi ben più razionali.

Preso, esposto in vetrina e magari annegato insieme ad altri Soul di pari stazza, sta molto bene, possibilmente se visto quasi frontalmente. Per contro se non posizionato a dovere o isolato tende ad essere un pugno in un occhio ed è quasi meglio scomposto.

Fatevi due conti in tasca, guardate la vostra vetrina e decidete se starne alla larga oppure ospitarlo con amorevole rassegnazione, ma questo GX59 avrebbe fatto sicuramente girare le lame boomerang al buon vecchio Daltanious del cartone animato.

ott 102011
 
  • produttore: bandai_logo
  • produzione: 24 Luglio, 2010
  • materiale: ABS, PC, PVC, lega metallica presso fusa
  • accessori: 4 set di mani per robot, due spade per Kurojishi, due per Tobikage, mitragliatore, fucile/arco del Tobikage.
  • altezza: 200 mm
  • peso:
  • manuale: cartaceo, a colori, pieghevole A4
  • fornitore: Jungle
  • prezzo all’origine: 8,925 yen

Premessa
Ninja Senshi Tobikage, conosciuta anche come Ninja Robot Tobikage o semplicemente Ninja Robots è una serie robotica della seconda metà anni ottanta, prodotta dallo Studio Pierrot per la Nippon Television, che mostra tutti i caratteri tipici e stilistici di quegli anni. Proporzioni estremizzati, inquadrature prospettiche assurde, animazione buona ma un pelo caotica accompagnano quello che potremmo definire il tramonto dei super robot classici a favore di generi un po’ meno classificabili e ricchi anche di contaminazioni occidentali. Bandai ha reso omaggio a questa serie, presentando i tre mecha visibili nella serie dette anche Ninja machine, tutte legate dall’aggancio con il piccolo robot ninja Tobikage. Il Gx54 è dedicato alla prima di queste macchine, in ordine di apparizione, Kurojishi il leone nero, quando questo si unisce al Tobikage (o viceversa) si trasforma in Jyuuma (“Beast Demon”) Kurojishi… per la cronaca le restanti due sono: Kuuma (“Sky Demon”) Houraioh e Kaima (“Sea Demon”) Bakuryu rispettivamente unioni con le machine Houraioh e Bakuryu (una fenice ed un drago blu).

La confezione: : ★★☆☆☆
La confezione non è molto differente dagli altri GX di ultima produzione, quindi grafica appariscente, cartonato un po’ leggero, solito libretto ben fatto. Unica nota stonata ed in parte d’allarme l’assenza del polistirolo, sostituito da un ben più misero blister trasparente, che fino ad oggi ospitava solitamente solo gli accessori. Per fortuna a dare un po’ di rigidità al tutto un anello di cartone spesso avvolge il contenitore. Nella scatola troviamo i due mecha principale più la mitragliatrice nel blister più grande, le mani e gli accessori in quello più piccolo. Sicuramente una disposizione poco appagante, anche se probabilmente più razionale e meno dispendiosa.

Dotazione ed Accessori: : ★½☆☆☆
Gli accessori sono pochini, anche se non fatti male, restituiscono la stessa impressione dei modelli. Le plastiche sono poco rifinite e danno una impressione di economicità, difficile dire se c’era da mettere altro nella scatola ma una miglior cura sarebbe stata gradita.
Manca completamente uno stand espositivo.

Qualità e finitura: : ★★½☆☆
La qualità dei materiali e la verniciatura si attesta su standard più che adeguati. Come al solito è difficile scorgere imprecisione anche nei dettagli più piccoli del Tobikage, tutta via alcune plastiche restituiscono comunque una sensazione di fragilità. Sono presenti segni sulle plastiche.
Altra tendenza preoccupante è la scarsa presenza di metallo. Non mi stancherò mai di ripetere che per una serie denominata Soul of Iron, far scarseggiare l’iron non è il massimo dell’obiettività.

Articolazioni e posabilità: : ★★★☆☆
L’articolazione del Tobikage è molto buona. Nonostante le dimensioni il piccolo robot ha numerosi punti di snodo, anche se alcuni esteticamente poco piacevoli. Conseguenza questa anche dei necessari compromessi per la trasformabilità. La posabilità è buona.
Kurojishi dal canto suo, si presenta molto più massiccio, ma accettabilmente articolato e fa bella mostra in qualche posa dinamica, anche qui ci sono dei compromessi atti a trasformarlo in forma leonina, ma quello che forse da un po’ più fastidio è il contrasto tra la leggerezza del modello e la tenacia delle articolazioni. Specialmente  in forma animale è difficile da posizionare correttamente e spesso resta con un arto non completamente appoggiato.
Una maggior presenza di metallo avrebbe sicuramente giovato alla stabilità del modello.

Fedeltà: : ★★½☆☆
Ammetto di aver sempre snobbato molte delle serie animate di quel periodo e quindi per capire un po’ come Bandai si era comportata con questo mecha ho dovuto scorrermi qualche puntata. Devo dire che il lavoro fatto per il Tobikage è degno della grande B. difficile fare meglio con quelle dimensioni. Sono riusciti a rispettare notevolmente le proporzioni e la colorazione è molto fedele. Kurojishi ha richiesto maggiori compromessi ed il mecha risulta un po’ tarchiato, oltre a diverse zone necessarie per la trasformazione. Quest’ultima, è forse la parte meno riuscita anche se è praticamente impossibile rispettare le trasformazioni plastiche viste nell’anime. Anche l’unione fra i due robot è accettabile, sempre in ragione di cosa accadeva durante l’animazione.

Le soluzioni tecniche
Su questo mecha non mi permetto molte considerazioni, visto anche la mia scarsa conoscenza in merito e la tipologia a cui appartiene.
Diciamo che le soluzioni adottate sono accettabili per il risultato ottenuto. Volendo sollevare un appunto, un articolazione diversa per i femori di Kurojishi e per le ginocchia del Tobikage sarebbe stata da considerare, ma è chiaro che al 99% sono oggetti che una volta posizionati in vetrina, difficilmente troveranno altro posto e qualche compromesso per la trasformazione c’è sempre.
Non mi è piaciuta la scatola senza il solito polistirolo e le plastiche, più scadenti del solito.

Conclusioni - Media: ★★½☆☆
Al termine di questa seconda recensione powerizzata da Jungle, non mi resta che tirare le somme.
Ho cercato di documentarmi un minimo e dalle informazioni che ho raccolto, questo Gx54 è una degna dedica di Bandai alla seria animata.
Difficile trovare veri difetti dei Soul ed ancora più difficile trovarli quando la serie non è conosciuta.
Restando nel mio ambito posso dire che ho trovato poco gradevole il tipo di plastica e la posabilità in forma di leone, mentre il Tobikage risolleva molto il punteggio complessivo di questo GX che alla fine strappa la sua giusta sufficienza.
Resta, comunque, un acquisto valido solo se accompagnato  dagl’altri due, ma soprattutto solo se si conosce ed apprezza la serie animata perché in vetrina tende un po’ a scomparire.